Luisa Briganti fotografa un frammento di mondo romano che ha visto passare e conosciuto fino in fondo lo sguardo incantato di Pier Paolo Pisolini, uno scrittore civile, l’autore di “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”, racconti romani, cose che appartengono ormai a una leggenda trascorsa, cose tuttavia indimenticabili. Luisa Briganti prova così a raccontare con amore e rispetto una certa Roma, quella di Donna Olimpia con i suoi “Grattacieli” dell’Istituto Case Popolari, la città delle sue borgate; la stessa città che Pisolini provò a scoprire più di cinquant’anni fa, quando il mondo era tutto, o quasi, in bianco e nero. Luisa Briganti fotografa così ciò che resta di quel mondo: persone, muri, cose, avanzi di memoria edilizia popolare, tracce, frammenti di storia residenziale popolare, e perfino ragazzi, uomini venuti al mondo quando tutto era già avvenuto, già cenere.
Luisa Briganti fotografa innanzi tutto ciò che risponde alla propria emozione, nel senso che, prima ancora di documentare quel certo mondo pasoliniano conosciuto, si preoccupa semmai di rispettare la propria scelta narrativa. La sua, è appunto una forma di rispetto per la storia e per la stessa memoria.
Luisa Briganti in questo modo, strada facendo, si cura soprattutto di mettere al mondo una propria opera, il proprio sguardo. Alla fine, il ricordo di Pier Paolo Pasolini resta comunque idealmente sullo sfondo, ormai inafferrabile, puro fantasma, a dimostrazione di quel teorema sulla mutazione antropologica che lo stesso scrittore ebbe modo di formulare prima di essere assassinato. Se il poeta de “Le ceneri di Gramsci” e degli “Scritti corsari” sopravvive alla dimenticanza di questo mondo è anche merito suo.

Fulvio Abbate